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La Nuova agenda europea per la cultura del 2018 e il suo successore del 2025, la Bussola della cultura per l’Europa, sono un chiaro riconoscimento da parte dell’UE dell’importanza della cultura per la costruzione della comunità e dell’identità condivisa.
Tuttavia, secondo Susanne Janssen, docente di Sociologia dei media e della cultura presso l’Università Erasmus di Rotterdam, nei Paesi Bassi, sebbene tale agenda abbia offerto l’opportunità di integrare la cultura in settori politici quali l’istruzione, l’assistenza sociale e il benessere, sono tuttora presenti alcuni punti molto poco chiari.
«Essa non considerava realmente la cultura come parte della vita quotidiana, né metteva in stretta connessione gli obiettivi culturali alla giustizia sociale o prendeva sul serio i divari sociali e digitali», afferma Janssen, che ha rivestito il ruolo di coordinatrice del progetto INVENT.
INVENT si è proposto di esplorare quanto la partecipazione alle attività culturali fosse aperta a tutti, indipendentemente dalla situazione sociale, economica e geografica, per mettere in evidenza come si possano colmare i divari tra le ambizioni politiche dell’UE e le realtà effettivamente vissute.
«Solo se sostenuti da dati solidi e comparabili possiamo capire ciò che funziona e progettare politiche innovative», aggiunge Janssen.
I significati e i valori della cultura
INVENT ha combinato un’indagine su oltre 14 000 partecipanti effettuando più di 200 interviste, alle quali si è aggiunta l’analisi dei contenuti dei social media per approfondire le discussioni culturali e il coinvolgimento online, nonché il «campionamento delle esperienze» per catturare le esperienze culturali dei partecipanti in tempo reale.
Uno dei principali risultati è stata l’ampia variazione delle accezioni di «cultura» nei nove paesi europei presi in esame.
Mentre gli intervistati in Francia e Spagna tendevano a equiparare la cultura alla coltivazione o allo sviluppo individuale, quelli del Regno Unito e dei Paesi Bassi la inquadravano in qualità di abitudini quotidiane e modi di vivere condivisi. I partecipanti croati, invece, hanno messo in connessione la cultura alle istituzioni artistiche, mentre i serbi l’hanno associata alle buone maniere; per contro, gli intervistati in Danimarca e Finlandia hanno definito la cultura in maniera più ampia, in termini di attività umane.
«La cultura non era un concetto condiviso, ma un mosaico di significati plasmati dalla storia: queste differenze sono importanti perché determinano chi si sente destinatario delle politiche culturali, quali forme di partecipazione vengono riconosciute e sostenute e l’efficacia con cui le politiche entrano in contatto con la vita quotidiana delle persone», spiega Janssen.
I risultati hanno inoltre messo alla luce il fatto che, se si vogliono rivelare intuizioni transnazionali, la partecipazione culturale deve essere specificata attraverso il coinvolgimento in una serie di attività culturali specifiche online e offline legate all’arte e alla vita quotidiana, piuttosto che trattare la cultura come un concetto astratto.
Se si considera il modo in cui la partecipazione culturale sostiene i valori della società, l’analisi ha enfatizzato la presenza di connessioni forti, sebbene sfumate.
La partecipazione culturale offline (che comprende attività come assistere a spettacoli o musei, dedicarsi a hobby creativi, cenare fuori o visitare mercati di strada) è stata associata positivamente alla soddisfazione di vita, all’apertura culturale, all’apertura politica, alla fiducia nel governo e a valori di matrice progressista-liberale.
La partecipazione culturale digitale, che comprende attività come la creazione di contenuti culturali, lo streaming di musica o la visita di mostre online, ha messo in mostra correlazioni positive simili, anche se un elevato consumo di risorse di intrattenimento, come i giochi online e la visione di video, è stato associato a una minore soddisfazione nella vita. L’uso dei social media, invece, è stato relazionato a una minore fiducia e apertura politica, sottolineando la possibilità che gli ambienti online rafforzino le divisioni esistenti.
«La partecipazione culturale può aprire le porte alla tolleranza, alla solidarietà, all’empatia», osserva Janssen, «ma può anche amplificare le divisioni sociali, se non viene sostenuta da politiche inclusive e opportunità eque.»
Rafforzare le comunità, non solo le economie
Sebbene le differenze nella partecipazione culturale rispecchino ampiamente le disuguaglianze sociali di fondo in Europa, un’ulteriore analisi ha rivelato come i contesti nazionali siano in grado di rafforzare o attenuare questi divari.
«Ad esempio, i livelli più elevati di partecipazione culturale riscontrati tra i gruppi demografici in Danimarca e Svizzera indicano un accesso più equo alla vita culturale, indipendentemente dal contesto socio-economico. In Serbia, Croazia e Spagna, invece, la classe operaia e le persone dotate di un’istruzione meno formale hanno registrato livelli di partecipazione più bassi, il che suggerisce una disparità nell’accesso», spiega Janssen.
Di conseguenza, INVENT chiede politiche culturali più inclusive che si basino su dati concreti e che riflettano la diversità delle esperienze vissute dalle persone, piuttosto che approcci univoci; inoltre, raccomanda di rafforzare la raccolta di dati sulla cultura in tutta l’UE, compreso un Eurobarometro specifico sulla partecipazione culturale e il benessere.
«La partecipazione culturale favorisce il benessere mentale, emotivo e sociale. Ciononostante, per sbloccare questi benefici abbiamo bisogno di maggiori investimenti nelle pratiche culturali quotidiane e comunitarie, non solo nelle grandi istituzioni e nelle economie creative», afferma Janssen.
Janssen ritiene che la nuova Bussola della cultura del 2025 per l’Europa rappresenti un promettente passo in avanti, in quanto integra più chiaramente la cultura nelle politiche sociali e digitali dell’UE evidenziando il potenziale impatto positivo della stessa e affrontando le disuguaglianze nel relativo accesso.
